Tempi commentativi e tempi narrativi

Secondo l’ipotesi di Weinrich (H. Weinrich, (2004), Tempus. Le funzioni dei tempi nel testo. Il Mulino, Bologna) i tempi di una lingua possono essere distinti in due gruppi:

  • i tempi commentativi (presente, passato prossimo, due futuri) che si usano quando si vuole coinvolgere direttamente il lettore o l’ascoltatore, cioè portarlo ad assumere un atteggiamento di ‘tensione’, di coinvolgimento psicologico che coinvolge l’emittente stesso;
  • i tempi narrativi (imperfetto, passato remoto, trapassato prossimo, i due condizionali) che si usano quando si racconta qualcosa per la quale al lettore o all’ascoltatore è richiesto un atteggiamento di ‘distensione’, di distacco psicologico.

In questi esempi risulta evidente il differente atteggiamento psicologico nel raccontare uno stesso fatto con una scelta di tempi verbali diversi:
“Da piccola caddi giocando a rimpiattino” (il fatto è concluso e non ha influenza sul presente; crea ‘distensione’).
“Da piccola sono caduta giocando a rimpiattino” (il fatto è concluso ma ha influenza in qualche modo sul presente; crea ‘tensione’).
Un esempio di uso dei tempi verbali a scopo narrativo e commentativo si può trovare facilmente nelle fiabe, nelle quali il tempo di primo piano è il passato remoto, tempo narrativo per eccellenza, ma qua e là lungo il racconto (es.: e cammina cammina) o nella chiusa (Stretta la foglia, e larga la via, dite la vostra, ché ho detto la mia) compaiono il presente e il passato prossimo, tempi commentativi, usati sistematicamente dai narratori orali, anche senza averne consapevolezza, per riportare alla realtà i bambini ascoltatori e non lasciarli “intrappolati” nel mondo dell’immaginazione fantastica.

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